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ATTESTAZIONE DI REALE PERICOLO DI VITA
per la signora *** di nazionalità BURUNDESE

1. Contesto sociale a Kinshasa.

Fino al mese di luglio 1998, la signora ha lavorato all’Ambasciata burundese a Kinshasa. Nel giugno 1998, il governo congolese ha espulso tutti i TUTSI perché si sentiva minacciato da loro e ha istigato la popolazione di Kinshasa a denunciare o uccidere direttamente tutti i Tutsi che erano nei quartieri. E’ iniziata così una tragica caccia ai Tutsi perpetrata dalla popolazione e soprattutto da bande di giovani spinti dal “senso patriottico”.
I Tutsi che hanno sentito in tempo il pericolo e che avevano la possibilità di uscire dal Paese sono partiti abbandonando tutto. Altri hanno dovuto nascondersi nelle ambasciate. Ma anche là non erano al sicuro.
Perfino alla Nunziatura Apostolica, e questo nel gennaio ’99, i militari sono entrati di forza, armati, per cercare i Tutsi che la Nunziatura nascondeva! Nonostante la bandiera e il segretario del Nunzio che cercava di spiegare che non potevano violare il territorio di un’Ambasciata, hanno cercato di forzare porte e finestre, per fortuna senza riuscirci. E’ un esempio per capire che, in questo Paese, non è rispettata nessuna legge, nemmeno la legge internazionale dell’inviolabilità territoriale delle ambasciate.
La diocesi, d’accordo con il governo, aveva allestito un rifugio per i tutsi, in una casa di preghiera diretta da suore congolesi. Anche lì sono arrivati i militari e li hanno messi in prigione. La casa delle suore è stata svaligiata, alcune suore picchiate e una donna di servizio è stata portata al campo militare e ha subito un lungo interrogatorio per avere delle informazioni. Alcuni, tra questi Tutsi, sono stati imprigionati, altri uccisi e altri sono morti di stenti o sotto tortura, altri ancora sono sopravvissuti nonostante le condizioni disumane nelle quali vivevano.
Quando l’inviato dell’ONU è venuto finalmente in visita per vedere la situazione dei diritti umani in Congo, questi Tutsi imprigionati sono stati trasferiti altrove perché non fossero visti né potessero parlare con lui. Così hanno dimostrato, falsamente, che non tengono più prigioniero nessun Tutsi. Attualmente, quasi cinquecento sono tenuti nascosti, pronti ad essere usati come scudi umani se per caso arrivassero di nuovo i Tutsi a Kinshasa con la ribellione congolese in atto.
I mesi di agosto e settembre 1998 sono stati tragici per i Tutsi residenti a Kinshasa. Noi stesse ne abbiamo visti parecchi e siamo state pure minacciate di fare la stessa fine perché volevamo intervenire e impedire di bruciare queste persone innocenti. A centinaia sono stati bruciati vivi nelle strade: uomini, donne, bambini, solo perché erano Tutsi!!! Li cercavano nelle case o, se li vedevano per la strada, bastava che uno dicesse a una persona: "Tutsi" che tutti incominciavano a insultarlo, picchiarlo e poi gli mettevano al collo un pneumatico imbevuto di benzina e gli davano fuoco.
Centinaia di Tutsi sono morti di questa morte atroce qui a Kinshasa.

2. Pericolo di vita per la signora ***

La signora ***, di nazionalità burundese, Tutsi, ha sposato un congolese. Da una quindicina d’anni vivono a Kinshasa. Fino al mese di luglio 1998, la signora ha lavorato all’Ambasciata burundese a Kinshasa. Ai primi di agosto ’98, a causa del clima di odio e di insicurezza per i Tutsi, la signora *** si è rifugiata all’Ambasciata burundese, ma anche lì, la gente è andata a minacciarla. La signora è riuscita a scappare di notte grazie a una stratagemma con l’aiuto del Signore.
Da lì è passata al rifugio della diocesi ed era là quando sono arrivati i militari. Per fortuna è riuscita a nascondersi. Non sentendosi sicura da nessuna parte, ha preferito ritornare a casa sua dove, da nove mesi, vive nascosta. E’ in casa sua, ma sempre con la paura di essere trovata. Aveva bisogno del medico ma non ha potuto uscire e nemmeno per andare a fare la spesa, né alla Messa. Insomma non può oltrepassare la porta di casa sua.
Passare nove mesi reclusa in questo modo e con la paura l’ha resa depressa. Piange spesso, non dorme né di giorno né di notte. Ha un senso di colpa nei confronti della sua famiglia perché dice che è lei la causa della loro felicità, perché tutti sono puntati a dito con disprezzo come "figli di una Tutsi" o "marito di una Tutsi".
Un giorno, sfinita psicologicamente, è uscita di casa per andare a trovare una vicina; non l’avesse mai fatto! Ha ricevuto minacce da tutti e per poco non è stata linciata. E’ riuscita per poco a entrare in casa. Da quel giorno, inizio del mese di maggio, i militari sono già andati a cercarla a casa sua per ben tre volte. La prima volta di notte alle tre, sono arrivati una decina di militari con l’ordine di perquisizione e per arrestarla con l’accusa di tenere i contatti con il “nemico” Tutsi, che dall’Ambasciata burundese ha delle informazioni segrete: se non si fa trovare, bruceranno la casa con tutta la famiglia.
Tre giorni dopo è arrivato un altro gruppo di militari con l’ordine di svaligiare la casa. Non l’hanno fatto perché è intervenuto un signore che lavora alla Presidenza.
Una settimana dopo è arrivato un altro gruppo, era di giorno e questa volta la signora era da sola e non ha fatto in tempo a salvarsi. Volevano portarla via. Hanno perquisito ancora una volta tutta la casa cercando i mezzi di comunicazione con i Tutsi. L’hanno perfino accusata di avere avuto un figlio con il primo ministro, burundese, che era in carica qui a Kinshasa prima dell’agosto ’98. Tutto ciò è, naturalmente, falso.
Il figlio maggiore è intervenuto per salvare la mamma ed è stato anche lui seriamente minacciato di essere imprigionato. Questa volta la situazione è stata salvata da un sacerdote venuto a trovare la signora. Ha riconosciuto il capo del gruppo ed ha ottenuto che non la prendano subito, senza la presenza del marito. Sono partiti dicendo che sarebbero ritornati di nuovo di giorno o di notte.
Già provata da nove lunghissimi mesi di vita fuggiasca e reclusa, la signora *** ha, ora più che mai, il terrore di essere arrestata dalle autorità o linciata dalla gente del quartiere che ormai sa che non si nasconde in casa.
Può una donna di 49 anni vivere reclusa continuamente in casa, senza possibilità di fare una vita normale? Fino a quando? E perché? Solo perché è una Tutsi! Può continuare a vivere nel terrore di essere linciata e bruciata viva con un pneumatico imbevuto di benzina messo intorno al collo, come centinaia di suoi connazionali da lei conosciuti?
Perfino il capo del quartiere ha scritto una lettera di minaccia, con copia al sindaco, mettendolo al corrente che in quella casa c’è un signora Tutsi che si nasconde e che bisogna cercarla perché è pericolosa.
E’ comprensibile che questi ultimi fatti abbiano turbato molto la signora *** che ha il solo "delitto" di essere una Tutsi. Si sente perseguita come una malfattrice o, peggio, come una bestia. Ci supplica di aiutarla ad uscire dal Paese per poter finalmente vivere in pace, senza sussultare ad ogni piccolo rumore per paura dei militari o, peggio, della popolazione. La signora non può ritornare in Burundi perché, se lo facesse, vorrebbe dire separarsi per sempre dal marito e dai figli.

3. Pericolo di vita per i figli.

Questa situazione coinvolge, naturalmente, i figli, essi stessi minacciati perché hanno la "faccia da Tutsi".
I figli sono tre: un ragazzo di vent’anni, studente del primo anno di agronomia veterinaria dai gesuiti. L’altro giorno era in macchina con altri studenti e due gesuiti congolesi. I militari li hanno fermati e hanno voluto controllare tutti i loro documenti. Arrivati a Didier, questo il suo nome, visto che aveva la mamma Tutsi (lo hanno capito dalla faccia e dal nome scritto sulla carta d’identità), l’hanno fatto scendere dal veicolo, fatto stendere a terra e hanno cominciato a picchiarlo con il calcio del fucile gridando: "Tutsi, Tutsi". Un gesuita è intervenuto per farli smettere dicendo che il papà è congolese. Hanno picchiato anche lui e al ragazzo gridavano "Cinquanta per cento... Démi-terrain". L’altro gesuita ha chiamato un militare che sembrava più ragionevole e, finalmente, dopo averli ben picchiati tutti e due, li hanno lasciati partire entrambi.
A scuola è sovente interpellato dagli altri studenti che insistono perché dica dove si trova la sua mamma.
Un’altra figlia, Macha, diciotto anni, è all’ultimo anno di liceo. E’ molto presa di mira verbalmente e minacciata dagli altri studenti con le stesse minacce. Un giorno l’hanno picchiata. Non voleva più andare a scuola e, per un po’ di tempo, non è andata. Poi suo padre è andato a parlare con il direttore, il quale si scusa dicendo che, con più di duemila studenti, è difficile intervenire a tempo. Alcuni professori sono imbevuti di odio contro i Tutsi, quindi si può capire la situazione di questa ragazza. La più piccola Irakoze, ha tredici anni, è in prima media. Anche lei come gli altri, a scuola e nel quartiere, è continuamente minacciata.
Tutti e tre si sentono presi di mira, dato che si pensa che la colpa di tutti i mali del Congo sia dei Tutsi e che loro nascondono la loro mamma Tutsi. Fanno pressione sulla più piccola per sapere dove è nascosta.
Hanno la "sfortuna" di avere le fattezze marcatamente Tutsi.
Anche il marito, pur essendo congolese, medico veterinario, professore universitario in genetica animale, diplomato all’Institut Pasteur de Paris, è continuamente sotto pressione a causa della moglie. Più di una volta l’abbiamo visto piangere per questa situazione di tensione continua, di paura per la moglie e per i figli. Lui stesso, sul posto di lavoro, subisce discriminazione a causa della moglie Tutsi ed è continuamente interpellato per sapere dov’è. Chiede disperatamente aiuto a noi.

Conclusione

Chiediamo e supplichiamo di aiutare questa giovane donna, che vive da dieci mesi segregata in continuo pericolo di essere incarcerata dalle autorità o di essere bruciata viva dalla gente come è successo a centinaia di Tutsi qui a Kinshasa.
Perciò proponiamo, con forza e speranza, di riconoscerla come rifugiata politica in Italia.
Secondo giustizia, tutta la famiglia dovrebbe essere aiutata ad uscire da questa situazione pericolosa e assurda. Ma sappiamo, purtroppo, che, per la burocrazia, essi sono solo un numero fra molti altri. Ma sarebbe un’altra ingiustizia separare questa famiglia così unita.
Noi siamo testimoni inermi di questa violazione grave di un diritto fondamentale della persona che non può essere così discriminata a causa della sua razza.
Finora noi abbiamo aiutato come abbiamo potuto. Speravamo che la tensione fosse passata. Gli avvenimenti degli ultimi giorni ci fanno capire che la situazione è peggiorata. Il cerchio si sta drammaticamente chiudendo sempre più per questa meravigliosa donna che ha solo la "colpa" di essere Tutsi.
Bisogna intervenire rapidamente, prima che sia troppo tardi.

Sr Carmela Coter
Suore Missionarie Comboniane
Paroisse Mater Dei Kimbondo
KINSHASA


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